Che fine fanno i rifiuti di plastica

Export Rifiuti di Plastica

L’inarrestabile consumo di plastica monouso e l’incapacità di smaltirla hanno creato una rete di export diretta soprattutto in Asia

Fino al 2018 ad occuparsi dello smaltimento della plastica del mondo era stata la Cina. Il recente blocco alle importazioni di rifiuti imposto da Pechino ha cambiato le rotte, ma non le abitudini dei paesi più ricchi

La plastica è un materiale straordinario che ha contribuito negli ultimi 50 anni a realizzare lo stile di vita di oggi, rivoluzionando il mondo in ogni campo: dai trasporti agli imballaggi, dall’industria alla tecnologia, dalla medicina all’edilizia, dagli oggetti domestici alle attrezzature spaziali. La straordinaria diffusione però, non è stata accompagnata un’adeguata risposta ambientale per lo smaltimento, consegnandoci nel 2020 un pianeta letteralmente sommerso dalla plastica monouso, con enormi quantità riversate in mare e tracce trovate anche nel nostro sistema digerente.

Ricostruzione artistica: le bottiglie di plastica prodotte in un'ora nel mondo sovrastano il Cristo Redentore di Rio
Immagine originale da REUTERS/Simon Scarr, Marco Hernandez.

Dal 1959 l’Umanità ha prodotto approssimativamente 6 miliardi e 300 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, di cui ad oggi ne è stato riciclato solamente il 9%. Il 12% è stato incenerito, mentre il 79% finisce in discarica, oppure viene disperso nell’ambiente. Molto spesso inoltre, quello che noi consumatori consideriamo destinato al riciclo locale, viene spedito via mare dall’altra parte del mondo per diventare il problema di qualcun altro, fauna inclusa.

La drammatica situazione negli oceani vista da vicino

Chi esporta di più

I maggiori esportatori di rifiuti di plastica sono prevedibilmente le economie più avanzate, che come accade per i rifiuti elettronici, scelgono come meta paesi in via di sviluppo, spinti dalle loro scarse e poco meticolose regolamentazioni ambientali. Secondo un recente rapporto di Greenpeace, al primo posto tra gli esportatori nel 2018 ci sono:

  • Stati Uniti con 962 mila tonnellate
  • Giappone con 892 mila tonnellate
  • Germania 734 mila tonnellate
  • Gran Bretagna con 848 mila tonnellate

L’Italia è all’undicesimo posto tra i principali esportatori di rifiuti plastici al mondo: con 197 mila tonnellate spedite all’estero di cui circa un terzo extra UE, per un giro d’affari di 58,9 milioni di euro.

Il blocco della Cina

Il volume delle esportazioni dei rifiuti di plastica è difficilmente immaginabile. Per avere un’idea delle dimensioni del nostro export annuale si tratta di un peso pari a 445 Boeing 747 a pieno carico. Tuttavia, la situazione globale è in netto calo, con l’export totale di materie plastiche diminuito del 49% dal 2016 al 2018. Il motivo è il bando della Cina all’importazione di rifiuti, attivo a partire proprio dal 2018 e che ha riguardato anche la plastica.

Negli ultimi tre decenni la superpotenza asiatica ha accolto il 56% dei rifiuti di plastica mondiali, facendosi carico dello smaltimento per conto del resto del mondo. Questa pratica però, se da un lato ha contribuito ad aumentare la ricchezza, dall’altro ha avuto pesanti effetti sui livelli interni d’inquinamento. Lo stop della Cina fa parte infatti delle misure adottate sul fronte ambientale, che con sforzi politici ed economici hanno lo scopo di migliorare la qualità della vita degli abitanti.

Le nuove rotte nel sud-est asiatico

La conseguenza principale del China Ban è stata che da gennaio 2018, le nazioni del sud-est asiatico sono state letteralmente invase da rifiuti di plastica provenienti da tutto il mondo. Sempre con riferimento il 2018, le nuove destinazioni sono:

  • Malesia con 900 mila tonnellate
  • Thailandia con 471 mila tonnellate
  • Vietnam con 443 mila tonnellate
  • Hong Kong con 398 mila tonnellate.
Container pieno di rifiuti di plastica in Indonesia
Un’ispezione da parte dell’autorità ambientale locale nel porto di Bau Ampar in Indonesia nel Giugno 2019. Immagine: ANDARU/AFP/Getty Images

I governi di questi paesi non hanno la forza di applicare le leggi per il corretto smaltimento, di cui abbiamo poche informazioni. Purtroppo inchieste come questa testimoniano storie di sfruttamento dei lavoratori e un devastante inquinamento, basti pensare che il 90% della plastica negli oceani arriva dalle acque di 10 fiumi, 8 dei quali sono in Asia.

La seconda conseguenza del bando cinese è che enormi cumuli di plastica stazionano nei paesi d’origine, che nel frattempo non hanno diminuito il consumo. Al contrario è prevista a livello globale una produzione di plastica raddoppiata nel 2035, e quadruplicata nel 2050.

Le misure dell’Unione Europea

La nuova presidente della commissione europea Ursula von der Leyen ha recentemente dato il via al cosiddetto European Green New Deal, un piano per l’ambiente che punta alla neutralità climatica entro il 2050, con lo stanziamento tra le altre cose, di un fondo da 100 miliardi di euro per una transizione equa. Anche la scorsa legislatura però si è dimostrata sensibile al tema, con la messa al bando da parte dell’europarlamento di posate, piatti, bicchieri, cannucce e cotton-fioc in plastica monouso a partire dal 2021, essendo già disponibili sul mercato alternative biodegradabili. In più le bottiglie in Pet dovranno essere fatte per il 25 % da materiale riciclato dal 2025, percentuale che salirà al 30 dal 2030.

Panoramica mondiale sulle difficoltà dello smaltimento della plastica

Inoltre, sono state prese misure per contrastare in modo specifico l’esportazione di rifiuti di plastica fuori dall’UE, con l’emanazione del Waste Shipment Regulation, che vieta l’esportazione di rifiuti solidi in plastica fuori dai confini europei, fatta eccezione per i paesi che aderiscono alla Convenzione di Basilea dei Rifiuti Pericolosi delle Nazioni Unite, ovvero con norme equivalenti a quelle UE. Fortunatamente dal 2019 tra i rifiuti pericolosi dell’accordo, sono stati inseriti proprio i residui in plastica che quindi -sulla carta- non saranno più commerciabili.

Effetti sul lungo periodo

Come conseguenza di questa combinazione di misure è atteso sul breve periodo un aumento delle discariche all’interno dell’UE. Lo scopo però, è anche quello di lanciare un chiaro segnale agli stati membri per inserire sul lungo periodo lo smaltimento della plastica all’interno di un’economia circolare. Si auspica quindi la promozione di pratiche come riuso e riciclo, eliminando oltretutto le ingenti emissioni di CO2 relative alla produzione e al trasporto intercontinentale dei rifiuti.

Plastica monouso in attesa di essere riciclata

Le lacune nei controlli

Purtroppo il traffico dei rifiuti è talmente vasto e capillare da aggirare o in qualche caso sfuggire del tutto alle normative europee sulla tutela dell’ambiente e della salute. Roberto Pennisi, Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia che redige il capitolo del rapporto annuale dedicato alle ecomafie e ai crimini ambientali, ha dichiarato a Greenpeace Italia che così come per le esportazioni in Cina, “anche nei flussi attuali, potrebbe esserci il rischio che parte del materiale non sia riciclato seguendo i corretti standard“. Inoltre negli ultimi anni si è verificato un aumento dell’export verso «Paesi entrati da poco in Ue, dove i controlli sono meno accurati» Stando a Eurostat infatti, è in aumento l’export verso la Romania (+385% di variazione tra il 2017 e il 2018) mentre la Slovenia nel 2018 ha importato l’8% dei nostri rifiuti plastici, per un valore di 3,7 milioni di euro.

Plastica italiana in una discarica illegale scoperta in Polonia

Dalla cronaca intanto arrivano notizie poco confortanti. A Ottobre 2019 in Polonia è stata scoperta una discarica illegale di 45 tonnellate di rifiuti di plastica di provenienza italiana, seguita a una scoperta simile in Turchia di un mese prima. Inoltre, non è detto che l’esportazione in questi paesi non sia che una tappa intermedia, prima di un ulteriore passaggio extra-Europa.

Perché il riciclo è insufficiente

L’impegno che mettiamo nella raccolta differenziata purtroppo non è supportato da adeguate pratiche per il riciclo. Di tutta la plastica raccolta a livello mondiale, ne viene riciclata e trasformata in nuovi oggetti solamente il 18%, con un valore medio europeo del 30%. L’Italia è un paese virtuoso e la percentuale di riciclo sale al 43,5 con un recupero dei rifiuti che sfiora l’80%. Nonostante questi valori siano in crescita, la strada da fare è però ancora molta, probabilmente troppa.

Animazione di Simon Scarr and Marco Hernandez che mostra l’ammontare di plastica venduta in tempo reale

Il ritmo con cui vengono prodotti nuovi imballaggi è talmente elevato da spingerci a chiederci se si tratti obiettivamente della soluzione giusta. Al momento infatti, non è pensabile ottenere quantità paragonabili di plastica riciclata con tempi e costi simili alla produzione di plastica vergine. Inoltre viene da chiedersi se davvero valga la pena compiere tali sforzi per ottenere prodotti che vengono utilizzati per un tempo che va da qualche secondo a qualche minuto. In più, come evidenziato dal rapporto L’Italia del Riciclo 2019 di Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli imballaggi in plastica, le dinamiche che sottostanno alle attività di riciclo della plastica provocano distonie del tutto diverse da quelle di qualsiasi azienda che sceglie cosa produrre, come approvvigionarsi e come stare sul mercato.

Si crea infatti un gap tra l’esistenza di una risorsa-rifiuto, cioè una risorsa potenziale che necessita di costi (raccolta, selezione ed oneri per il recupero energetico di quanto non riciclabile) e la re-immissione sul mercato di prodotti-rifiuti valorizzabili attraverso il riciclo. Per colmare questo gap, che il mercato da solo non colmerebbe, è necessario un Contributo Ambientale da parte dello Stato o dell’Europa. Semplificando: riciclare plastica e comprare plastica riciclata per la produzione industriale non può essere economicamente conveniente rispetto a produrre plastica vergine.

In più, sempre secondo il rapporto, la sproporzione tra una raccolta di rifiuti incontrollabile che continua a crescere e potenzialità di riciclo che non sono infinite può spiegare almeno in parte le difficoltà nell’affermarsi di una vera circolarità e relativizza concetti quali “zero-waste” e “rifiuto=risorsa”.

Stop alla plastica monouso

Nel rapporto Plastica: il riciclo non basta redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza per conto di Greenpeace Italia, viene constatato che il sistema di riciclo globale risulta ancora insufficiente ad arginare l’emergenza ambientale, nonostante sia frequentemente invocato come soluzione sia da parte dei produttori che in campo politico. Con i dati a disposizione, l’unica possibilità per intervenire in modo risolutivo è ridurre drasticamente e con urgenza il ricorso alla plastica monouso, riprogettando gli imballaggi nella direzione della durevolezza e della riusabilità prima ancora della riciclabilità. Tutto questo richiede uno sforzo sia da parte dei produttori, che dovrebbero cambiare un sistema che al momento gli consente guadagni certi, sia da parte di noi consumatori che dovremmo adeguare le nostre abitudini.

Fonti:

Per approfondire:

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