Rifiuti elettronici: una minaccia per ambiente e salute

il problema dei rifiuti hi-tech

produciamo 45 milioni di tonnellate all’anno di residui hi-tech che non riusciamo a smaltire

Un rapporto delle Nazioni Unite fotografa l’aspetto nascosto del consumo tecnologico di massa

Sempre più utenti informatici

Miliardi di persone a livello globale stanno prendendo parte alla società informatizzata sfruttando i benefici e le opportunità dell’economia digitale.

Le comunicazioni informatizzate garantiscono servizi più efficienti in vari campi, specialmente commercio, educazione e salute. Tuttavia le nuove strumentazioni tecnologiche stanno rimpiazzando quelle ritenute obsolete ad una velocità sempre maggiore, provocando un’enorme quantità di rifiuti, gestita attraverso un sistema globalmente non sostenibile.

Secondo il rapporto Global E-waste Monitor della United Nations University, vengono prodotti nel mondo 45 milioni di tonnellate ogni anno di scarti tecnologici, equiparabili a nove Piramidi di Giza, 4500 Torri Eiffel, oppure a 1.23 mlioni di tir a pieno carico, disposti in fila da New York a Bangkok e ritorno. Al di là dei paragoni fantasiosi, ma utili a rendere l’idea, è importante dire che l’enorme massa di rifiuti provoca un elevato rischio per l’ambiente e per la salute delle persone.

Cos’è un rifiuto elettronico

Le fonti di questi rifiuti sono estremamente varie così come la loro forma. Vengono inclusi tutti gli oggetti dotati di un circuito elettrico al loro interno, con una batteria o un sistema per l’alimentazione: dai computer ai televisori, dagli smartphone alle lavatrici, dai tostapane ai pannelli solari domestici.

The Global E-waste Monitor 2017
Composizione del totale dei rifiuti tecnologici. The Global E-waste Monitor 2017

Secondo gli esperti i rifiuti elettronici aumenteranno del 17% entro il 2021, raggiungendo i 52.2 milioni di tonnellate: il settore inquinante a più rapida crescita. Le previsioni meno pessimistiche riguardano i rifiuti dei monitor e schermi tv, così come telefoni e tablet, la cui crescita in termini di peso è destinata a crescere meno rapidamente, ma solo grazie alla tendenza nel produrre apparecchi sempre più leggeri e sottili.

La situazione globale

I prezzi sempre più accessibili rendono gli oggetti tecnologici alla portata di un numero di persone sempre crescente in tutto il mondo. Inoltre, nei paesi industrializzati come il nostro, la sostituzione dei device è incentivata da strategie come l’obsolescenza programmata o psicologica, per garantire una produzione industriale a livelli sempre alti.

Andamento crescente della produzione globale di rifiuti elettronici.
The Global E-waste Monitor

Come risultato, la media mondiale annuale di rifiuti elettronici prodotti pro-capite è di 6.1 Kg.

tabella rifiuti hi-tech
Tabella riassuntiva della produzione di rifiuti hi-tech. The Global E-waste Monitor

A livello individuale, i maggiori produttori sono in Oceania, con 17.3 kg per abitante all’anno e con solamente il 6% degli scarti ufficialmente separato e riciclato. L’Europa è il secondo più grande produttore di rifiuti tecnologici, con una media di 16.6 kg per abitante, garantendo però anche il livello di riciclo più alto, recuperando il 35%.

Nel continente americano si producono 11.6 kg per abitante e viene riciclato solamente il 17%, più o meno quanto avviene in Asia, dove si ricicla il 15%. Tuttavia, con 4,2 kg di rifiuti pro capite, l’Asia produce circa un terzo dei rifiuti elettronici pro capite dell’America.

Il più basso livello di rifiuti generati lo troviamo in Africa: 1.9 kg per abitante e meno dell’1% dei rifiuti prodotti vengono riciclati.

Recupero e riciclo: una situazione difficile

A causa della povertà di normative o per la facilità di elusione, il recupero e riciclo dei rifiuti tecnologici è scarsamente documentato e avviene spesso in modo illegale e dannoso, sia per l’ambiente che per le persone.

Tuttora sappiamo che a livello globale, solamente il 20% degli scarti elettronici viene correttamente riciclato, nonostante al loro interno vi siano metalli preziosi come oro, argento, rame, platino, palladio e altri materiali che normalmente non getteremmo nella spazzatura. Si stima che il valore dei rifiuti tecnologici prodotti nel 2016 sia di 55 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil nominale di molti Paesi.

Proprio per le lacune normative e nei controlli, seguire il percorso degli elettrodomestici dopo il loro utilizzo è molto complicato.

Nel rapporto delle Nazioni Unite si cita un’interessante inchiesta di un gruppo di attivisti del Basel Action Network (BAN), che ha nascosto dei localizzatori GPS in device obsoleti in Europa e Stati Uniti. Una delle scoperte principali è stata che il 34% dei segnali satellitari hanno preso il largo via mare, prevalentemente in Paesi in via di sviluppo, di cui il 93% in Asia, dove non esiste nessuna tutela ambientale e dove i diritti umani dei lavoratori non sempre sono garantiti.

Un giovane ghanese nella desolazione di una discarica elettronica, attraversa una nube nera di fumo trasportando in una carriola un ammasso di rifiuti, pronti per essere bruciati
Un giovane lavoratore in una discarica a
Agbogbloshie, Ghana. Foto: Benjamin Lowy

Un altro approccio per scoprire il destino dei rifiuti tecnologici è quello di effettuare dei controlli all’interno dei porti e in questo caso lo studio sulla Nigeria è eloquente. Nel 2016 al porto di Lagos sono arrivate 71 mila tonnellate di rifiuti elettronici, di cui il 70% stipate dentro delle automobili e provenienti interamente da porti europei (circa la metà da Germania e Regno Unito). È comunque interessante notare che solamente il 20% di questi rifiuti è totalmente non funzionante.

Un pericolo per l’ambiente e le persone

In queste comunità impoverite, interi villaggi agricoli sono in pochi anni diventati discariche a cielo aperto, dove “riciclare” significa bruciare i circuiti stampati, sciogliere i microchip nell’acido e bruciare le plastiche. In breve significa avvelenare le persone, l’aria e il suolo.

Discarica tecnologica in Africa
Due bambini tra i rifiuti elettronici in una discarica in Nigeria

Oltre ai materiali preziosi infatti, all’interno dei dispositivi elettronici sono presenti anche componenti tossiche come mercurio, cadmio, berillio, ritardanti di fiamma bromurati e molti altri. Chiaramente se l’oggetto è intatto e funzionante non ci sono pericoli per il consumatore, ma una volta disassemblati e aperti rappresentano un vero rischio per la salute dei lavoratori. I ritardanti di fiamma ad esempio, presenti in computer e cellulari, hanno attività neurotossica. L’esposizione al berillio invece provoca tossicità sia acuta con infiammazione polmonare, sia cronica con l’insorgenza di berilliosi, una patologia incurabile che porta allo sviluppo di granulomi infiammatori all’interno del polmone.

La soluzione nell’economia circolare

Il problema dei rifiuti tecnologici è una sfida globale cruciale da affrontare nei prossimi anni per ridurre inquinamento ambientale, spreco di risorse e rischi per la salute. Se da un lato assicurare un corretto smaltimento deve essere una priorità attraverso leggi e controlli mirati, dall’altro è anche fondamentale ridurre la quantità di rifiuti elettronici.

Le grandi compagnie tecnologiche si stanno mobilitando in questo senso stipulando accordi con i rivenditori, anche spinti da leggi nazionali, che facilitino i consumatori a consegnare i prodotti danneggiati o inutilizzati ai punti vendita, che ne dovrebbero garantire il corretto smaltimento (come avviene in Italia).

Questo significa anche progettare prodotti di consumo duraturi piuttosto che usa e getta, oltre ad assicurare facilità e sicurezza nel recupero e riciclo dei materiali.

Fonte: Baldé, C. P., Forti, V., Gray, V., Kuehr, R., Stegmann, P. : “The Global E-waste Monitor 2017: Quantities, Flows, and Resources” – United Nations University

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