L’origine evolutiva della violenza

violenza esseri umani e mammiferi

Un nuovo studio sui mammiferi mette in evidenza la predisposizione ancestrale alla violenza

Mammiferi e violenza

Quale mammifero è più probabile venga ucciso da un suo simile?

Qualsiasi considerazione abbiate della nostra specie, la risposta non è l’essere umano.

Ma neanche temibili predatori come il lupo o  il leone, rispettivamente undicesimo e nono.

Stando ad uno studio guidato dal prof. José Maria Gòmez dell’Università di Granada lo scettro di mammifero più letale va alla suricata. Questo piccolo animale è famoso per il suo stile di vita cooperativo ma è anche in grado di uccidere i suoi simili con una frequenza che fa apparire abbastanza mite la disumanità di noi umani. Circa uno su cinque di loro infatti, principalmente in giovane età, perde la vita sotto le zampe di un suo parente.

Al di là della sorpresa del primo in classifica, questo studio che ha coinvolto più di un migliaio di specie, mostra chiaramente che non siamo i soli nella predisposizione ad ucciderci tra noi.

L’uomo e gli altri primati

Gli scimpanzé, nostri stretti parenti, si sono già dimostrati in grado di combattere brutali guerre, ma anche animali apparentemente pacifici e notoriamente tranquilli si tolgono l’un l’altro la vita: la marmotta, la gazzella ed il cervo ad esempio figurano tutti tra i primi 50.

Classifica dei mammiferi più violenti e letali tra loro

Il punto di questa ricerca tanto macabra quanto interessante, è apprendere le origini del nostro comportamento. In particolare si è notato che specie evolutivamente vicine tendono ad adottare simili livelli di violenza interpersonale. Tali similitudini possono essere utilizzate per predire quanto violento riesce ad essere un mammifero e se queste aspettative vengono rispettate, superate o disattese.

Nel caso degli esseri umani sono stati riscontrati tutte e tre i casi. Il team del prof. Gomez ha calcolato che al momento dell’origine di Homo Sapiens eravamo sei volte più violenti e letali di un mammifero medio, ma all’incirca tanto quanto ci si potesse aspettare da un primate.

L’importanza di una società civile

Tuttavia col tempo le organizzazioni sociali hanno mitigato il nostro brutale istinto, lasciandoci un grado di violenza letale molto al di sotto del nostro standard preistorico, che era di un morto ucciso ogni cinquanta. Possiamo dunque sostenere che siamo un membro nella media di un gruppo particolarmente violento di mammiferi. Mentre solo lo 0.3 % delle morti dei mammiferi sono imputabili ad un membro della stessa specie, tra i primati questo dato sale al 2.3%

Una lotta tra scimmie in cattività

Territorialità e socialità

Si può affermare che i primati siano così violenti in quanto animali sia territoriali che sociali, due fattori che forniscono motivi ed opportunità per uccidere. La situazione non è dissimile per gli umani: passando da piccole bande a tribù mediamente grandi, per poi formare civiltà estese, il grado di violenza letale è andato aumentando. Ma da quando abbiamo cominciato a costituire grandi Stati organizzati, istituzioni e leggi hanno ridotto l’incidenza di violenza ben al di sotto di quanto ci si attenda da mammiferi del nostro gruppo evolutivo e ben ad al di sotto di quanto è avvenuto ai tempi delle prime forme d’organizzazione sociale.

Con buona pace di Rousseau quindi, che affermava che la società corrompesse la natura di selvaggio buono, la ragione sembra stare dalla parte del suo collega Hobbes:

Per liberarsi dalla condizione primitiva in cui tutti competono con tutti si deve costituire una società efficiente

Volendo perciò ammettere che siamo statisticamente ed ancestralmente predisposti alla violenza, non possiamo prescindere dal fatto che questa tendenza debba essere modulata dal contesto civile e culturale.

Possiamo riconoscere quindi che se pur questa violenza primordiale sia stata determinante da un punto di vista evolutivo, la sua naturale evoluzione sembra essere proprio la sua scomparsa.

Fonte: 

The phylogenetic roots of human lethal violencehe phylogenetic roots of human lethal violence

José María Gómez, Miguel Verdú, Adela González-Megías, Marcos Méndez

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